Evo Morales ha chiesto di revocare il Nobel per la Pace al presidente americano Barack Obama, che il leader socialista della Bolivia ritiene indegno del premio perché‚ "promuove la violenza" con l'intervento militare in Libia. Obama "in questo momento difende la pace o incoraggia piuttosto la violenza? Come è possibile che un premio Nobel per la Pace possa avviare un'invasione, un bombardamento?", ha chiesto il presidente latino-americano. Il presidente boliviano si è rivolto direttamente al Comitato dei Nobel norvegese di ritirare il premio assegnato al presidente degli Stati Uniti Barack Obama nell'ottobre del 2009, a pochi mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca. "Come è possibile - ha detto Morales che un premio Nobel per la Pace guidi una combriccola per assalire e invadere, questa non è difesa dei diritti umani nè (rispetto) per l'autodeterminazione dei popoli". Poi Morales è tornato a criticare la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla Libia: "L'Onu dovrebbe piuttosto chiamarsi Oni, ovvero Organizzazione delle Nazioni che Invadono" ha dichiarato con amarezza !
Post di Pace...
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Dopo trent'anni di guerra e oltre quindicimila morti, i ribelli separatisti del Fronte unito di liberazione dell'Assam (Ulfa) si dic...
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“Non perdete la speranza”. Bagno di folla ieri per il primo discorso dopo la libertà della leader birmana Aung San Suu Kyi. Vestita di...
martedì 22 marzo 2011
Poesie contro la guerra...Dario Bellezza
Quando una guerra la chiamano risoluzione...
venerdì 11 marzo 2011
Storie di Pace...Angelo Frammartino

Ecco per voi una nuova "Storia di Pace", dedicata questa settimana ad Angelo Frammartino, volontario in una missione di Pace VERA, non come le pseudo "missioni di pace" dei militari mercenari, che con le armi sparano sui civili. Angelo ha dato il suo contributo in Palestina aiutando i bambini vittime del conflitto israelo-palestinese. Ma Angelo non è molto di più...non voglio dirvi altro, andate nella pagina "Storie di Pace" e lo scoprirete voi...
"Le vere missioni di Pace, sono quelle che compiamo agendo con il cuore e l'amore. Non con le armi." Daniele Pastore
giovedì 10 marzo 2011
Per una Palestina unita
Mentre si avvicina la giornata della riconciliazione, i movimenti giovanili di Gaza gridano la loro indipendenza dalle strumentalizzazioni della stampa e della politicaDopo il vaffanculo ad Hamas, Israele, Fatah, Onu, Unwra e il vaffanculo Usa!, incipit del primo documento dei Gybo, i ragazzi di Gaza desiderano mandare a quel paese anche tutti quei media occidentali che in queste settimane hanno strumentalizzato il loro manifesto, il cyber-urlo di rabbia di una generazione di giovani palestinesi oppressa da un nemico esterno e soffocata all'interno da governi a corto di lungimiranza e poco rappresentativi. Nel caffè degli artisti di Gaza City dove sono solito incontrarli, ho cercato di spiegare come molti giornalisti europei e americani sbarcano a Tel Aviv ed oltrepassano il valico di Erez con già il pezzo scritto in testa, e nella Striscia vanno a caccia di conferme contro il governo di Gaza. E in effetti, dal Guardian fino a La Stampa, il loro primo urlo di sfogo, magari ingenuo ma certamente genuino, e' stato dipinto come un attacco diretto ad Hamas. Questa mistificazione, è stata poi raccolta ancora più ingenuamente e rilanciata da molti attivisti in Europa e nel mondo, specie da coloro che insistono a sostenere una fazione a scapito dell'altra ignorando che di fatto la rabbia della maggior parte dei ragazzi palestinesi non ha al momento alcuna rappresentanza politica. Addirittura alcuni da fuori dalla Striscia hanno accusato i Gybo di essere a libro paga di Abu Mazen e la sua cricca di collaborazionisti; intellettuali e attivisti seduti nei loro confortevoli salotti che non si sono mai sporcati mai le mani del sangue e della sofferenza di un popolo in perenne lotta contro l'occupazione,e che non si scomodano neanche di approfondire le questioni sui qui discettano con la protervia dell'onniscenza.. Dopo tutto, per sciogliere ogni dubbio sulla assoluta buona fede e autenticità del movimento Gybo non è necessaria un'indagine investigativa da premio Pulitzer, ma basta digitare sulla tastiera l'indirizzo del loro sito e leggersi il loro secondo messaggio, pubblicato ben 2 mesi fa, nel quale con forza rispedivano al mittente le strumentalizzazioni e le accuse di chi li ha additati di parteggiare per questa o quella fazione. Oggi i Gybo sono colonna portante del movimento 15 marzo, che si propone di portare sulle piazze della Palestina e nel mondo migliaia di persone, in una giornata che è stata battezzata non della collera, ma bensì della riconciliazione, con una forte e sensata richiesta di "End of division", la fine della divisione fra Fatah e Hamas. "Gaza, Ramallah, Jenin, Nablus, ma anche in molte città della Palestina del '48 come Haifa e Tel Aviv, ci saranno manifestazioni e sit-in, oltre che in tutto il mondo arabo e in Brasile, in Italia, in Francia e in Italia" mi conferma Abu Yazan. Gaza è in fermento, e mentre i ragazzi mi aggiornano sui preparativi, a Sud della Striscia, a Khan Younis e Rafah volantinaggi stanno informando la popolazione dell'evento. "Buona parte delle famiglie beduini è dalla nostra parte, e in generale, non crediate si riverseranno in piazza solo giovani, ma bensì padri madri e nonni," continua Abu Yazan, "abbiamo colloqui stretti con tutti i i leader delle varie fazioni e sono i benvenuti con noi il 15 marzo, a patto che non espongono alcuna bandiera se non quella palestinese, e non intonino altri slogan se non quello che richiamino all'unità nazionale". I ragazzi sono ancora più motivati e certi della riuscita del loro evento, nonostante l'oppressione e l'intimidazione che a Gaza come a Ramallah inibisce la libertà di espressione: nella Striscia negli ultimi due giorni, la polizia di Hamas ha arrestato dodici giovani che distribuivano depliant e adesivi sull'evento. Continua Any Yazen: "La Croce Rossa ci ha fornito delle tende e l'idea è quella di restare accampati dal 15 marzo giorno e notte senza sosta (a dormire in piazza rimarrebbero solo gli uomini per non scandalizzare i dettami del governo della Striscia) fin quando Gaza e Ramallah non si siedano ad un tavolo comune. Alcune famiglie benestanti ci hanno promesso forniture di cibo e bevande, agli arghile provvederemo noi", continua, "ci stiamo accordando con la polizia di Hamas e abbiamo predisposto un nostro servizio di sicurezza interna affinchè' ogni atto di violenza o il semplice inneggiare contro il senso della nostra giornata sia inibito. Chiunque creerà disordine verrà allontanato dalla piazza". La rivoluzione dei giovani egiziani brucia nei loro occhi, e contagia la loro convinzione che fra una settimana il centro di Gaza city possa tramutarsi una Tahrir Square gemella.
lunedì 7 marzo 2011
8 Marzo 1911 - 8 Marzo 2011 Festa della Donna, ma anche IMPORTANTE ricorrenza.
Domani 8 marzo è conseutudine festeggiare la festa della donna, ma forse non tutti sanno che tale data, è una ricorrenza perchè esattamente 100 anni fa, in una fabbrica morirono decine di donne per un errore umano. Non possiamo altro che ricordarle ed onorarle così quelle povere ragazze uccise mentre facevano il loro lavoro. Libia sull'orlo di una guerra civile. I telegiornali italiani difendono Gheddafi
venerdì 4 marzo 2011
Storie di Pace...Malcom X

giovedì 3 marzo 2011
E la chiamano democrazia...
venerdì 25 febbraio 2011
Storie di Pace...Rosa Parks

martedì 8 febbraio 2011
Cuba, il popolo sovrano
E' possibile informare una nazione intera sulle riforme che un governo vuole adottare per snellire e modernizzare uno Stato? La risposta, se consideriamo l'esempio cubano, non può che essere affermativa.
Le notizie degli ultimi mesi narrano della profonda ristrutturazione del mondo del lavoro nell'isola. Un modello nuovo, che costerà anche molto alla società cubana. E che non nasconde dei rischi: la perdita di tanti posti di lavoro (anche se poi vi sarà una riconversione in altri settori) potrebbe scatenare proteste nella popolazione e di conseguenza una crisi sociale profonda.
Per spiegare bene le riforme, quindi, serviva una strategia, moderna e sicura. E cosa c'è di meglio che incontrare il popolo e spiegare a voce ciò che sta accadendo. L'idea non è rimasta tale e già da qualche settimana ha preso corpo. Più di 55mila riunioni con la popolazione sono già state effettuate. Molte altre si svolgeranno a breve. A tutte l'affluenza è stata alta. Membri del partito comunista cubano si sono mischiati ai giovani de la Union de Jovenes Comunistas, ai lavoratori, agli studenti. Tutti uniti e con un unico obiettivo: discutere il progetto che si prefigge di cambiare radicalmente alcuni aspetti socio-economici di Cuba.
Soddisfazione è stata espressa dal vicepresidente cubano, Esteban Lazo. "Il processo informatico sta portando alla luce argomenti nuovi. Argomenti utili per la necessaria e improrogabile attuazione del modello socialista cubano" ha detto Lazo alla stampa.
Le proposte emerse durante le riunioni saranno inserite in un documento e presentate per essere discusse al prossimo congresso del Pcc che si terrà ad aprile. "Tutte le proposte, i suggerimenti e le considerazioni emerse durante le riunioni sono da ritenere contributi preziosi. Tutto ciò determina una netta volontà della popolazione nel difendere e rinnovare l'esperienza socialista" ha concluso il vice di Raùl. L'ultima parola, al momento, è proprio del presidente cubano. "Non possiamo portare avanti le trasformazioni che proponiamo se non possiamo contare sul consenso di tutta la popolazione e senza aver ascoltato l'opinione di tutti" ha detto Castro.
domenica 30 gennaio 2011
Pakistan, a sei mesi dal monsone 90 mila bambini soffrono ancora la fame
Dopo sei mesi dalle inondazioni che hanno devastato il Pakistan, quasi un quarto dei bambini della provincia del Sindh è vittima della malnutrizione. Lo riferisce l'Unicef, secondo cui le stime del governo del Sindh parlano di circa 90 mila bambini, tra i 6 mesi e i tre anni, che versano in difficili condizioni di alimentazione.
In un comunicato, l'agenzia Onu ha espresso il suo sconcerto e ha riferito della sua collaborazione con il governo provinciale e federale al fine di arginare il problema. Il monsone che ha colpito nel luglio e agosto scorsi il Pakistan ha coinvolto 20 milioni di persone, distrutto 1.7 milioni di abitazioni e danneggiato 5.4 milioni di acri di terra coltivabile.
Da "PeaceReporter"
venerdì 28 gennaio 2011
Storie di Pace...Madre Teresa di Calcutta

giovedì 27 gennaio 2011
27 Gennaio...Giornata della Memoria, per non dimenticare...MAI!!!!!!!!
Oggi è il Giorno della Memoria, il Giorno in cui tutti sentiamo il dovere di rendere omaggio a tutti quei FRATELLI ebrei, neri, zingari, dissidenti politici, liberi pensatori, donne, bambini, anziani, ma soprattutto UOMINI (inteso come esseri umani in generale) che 66 anni fa sono stati torturati e uccisi brutalmente nei campi di concentramento nazisti. Oggi il giorno in cui i politici si riempono la bocca di belle parole, frasi scontate, che non fanno altro che aumentare il dolore. Parole scontate che fanno morire, ogni anno che passa, quei Fratelli che non dimenticheremo. In questo giorno di dolore, dove tutti predichiamo bene e razzoliamo male, vorrei che una volta per tutte finisse l'omertà di tutti coloro che di fronte al qualunquismo politico, continuano a sovvenzionare guerre devastanti, che provacano ogni giorno dolore. Oggi è il Giorno della Memoria, nel quale io, voglio ricordare i miei Fratelli, torturati 66 anni fa, ma voglio anche sia il giorno della Memoria per ricordare tutti i Fratelli che muoiono ancora oggi nelle guerre ingiuste. Vorrei che questo giorno della Memoria, sia uno spunto per riflettere a fondo, per poter dire basta ad ogni guerra, ad ogni tortura, ad ogni giustizia. Vorrei che questo Giorno della Memoria, sia il giorno da cui partire, per diffondere un sano messaggio di pace e non violenza.lunedì 24 gennaio 2011
India, pace in Assam
Dopo trent'anni di guerra e oltre quindicimila morti, i ribelli separatisti del Fronte unito di liberazione dell'Assam (Ulfa) si dichiarano pronti a negoziare con il governo indianoArabinda Rajkhowa, leader politico dei guerriglieri indipendentisti del Fronte unito di liberazione dell'Assam (Ulfa), ha ufficialmente trasmesso al governo statale la decisione di avviare negoziati di pace per porre fine al trentennale conflitto separatista, costato oltre quindicimila morti e centinaia di miglia di sfollati.
Rajkhowa, rilasciato su cauzione il primo gennaio dopo oltre un anno di prigione, ha inviato una lettera al governatore dell'Assam, Tarun Gogoi, nella quale si comunica che il comitato centrale dell'Ulfa, compreso il comandante militare dei ribelli, Paresh Baruah, si riunirà presto per proporre un primo incontro al governo.
''La lettera che ho ricevuto da Rajkhowa esprime la chiara volontà dell'Ulfa di avviare colloqui di pace. Il quando dipende da loro: ce lo comunicheranno non appena i loro vertici si saranno riuniti e avranno deciso''.
L'intensità dei combattimenti tra ribelli e forze governative è iniziata a calare fin dall'estate del 2008, dopo il cessate il fuoco unilaterale proclamato dalla principale unità da combattimento dell'Ulfa: il 28° battaglione 'Kashmir' del comandante Mrinal Hazarika.
Ma è dal 2009, con l'arresto in Bangladesh di gran parte della dirigenza politica dei ribelli, che le attività militari dell'Ulfa sono praticamente cessate. Le ultime notizie di attacchi ribelli e scontri armati con i militari indiani risalgono all'estate scorsa.
A parte l'incognita sull'accettazione dei negoziati da parte di tutti i comandanti locali dell'Ulfa, bisogna ricordare che in Assam rimangono operativi diversi gruppi ribelli minori: in particolare il Fronte nazionale democratico del Bodoland (Ndfb), che ancora lo scorso novembre si è reso protagonista di violenze a sfondo etnico.
Il Fronte unito di liberazione dell'Assam ha iniziato a combattere nel 1979 per la creazione di uno Stato assamese separato dal governo federale indiano, accusato di sfruttare in maniera colonialistica le risorse naturali - soprattutto petrolio - della fertile valle del Brahmaputra, lasciando nella miseria e nel sottosviluppo le popolazioni locali, che in effetti non hanno mai tratto alcun beneficio dal boom economico indiano.
Da un punto di vista storico, i ribelli assamesi basano le loro rivendicazioni indipendentiste sull'esistenza del Regno di Assam (o di Ahom), fondato nel XIII secolo dopo Cristo e rimasto autonomo dall'India fino alla colonizzazione britannica nel 1826.
Fin dalla sua nascita, l'Ulfa - che originariamente si definiva una forza rivoluzionaria e socialista, contraria al sistema delle caste - è sostenuto, armato, addestrato e finanziato dai servizi segreti pachistani (Isi) e dalla loro emanazione bengalese (Dgfi) in funzione anti-indiana. Le basi dell'Ulfa si trovano in Bangladesh, Buthan e Myanmar.
Oltre agli attacchi contro le forze di sicurezza indiane e agli attentati contro stazioni, treni e strutture petrolifere, l'Ulfa si è contraddistinto anche per una sanguinosa campagna - che ha avuto il suo picco nel 2007 - contro i lavoratori immigrati indiani che, secondo l'Ulfa, il governo di Nuova Delhi manda in Assam come coloni.
A pagare il conto più salato di questa guerra sono stati comunque i civili assamesi, vittime di gravi abusi da parte delle forze armate indiane: arresti arbitrari, torture, stupri, esecuzioni extragiudiziali condotti in nome della 'lotta al terrorismo'.
venerdì 14 gennaio 2011
Haiti, un anno dopo
E' passato un anno da quel terribile 12 gennaio, quando la terra haitiana ha tremato tanto forte da distruggere praticamente tutto quello che le stava costruito sopra. Insieme alla distruzione, il terremoto si è portato via centinaia di migliaia di vite umane.
Oltre 220mila sono i morti accertati. Almeno il 35 percento delle vittime aveva meno di 18 anni.
La situazione a 365 giorni da quei terribili minuti non è affatto migliorata. La comunità internazionale non è stata in grado di far partire la macchina della ricostruzione e tutt'oggi circa un milione di persone, fra loro almeno 400mila bambini, vive nelle tendopoli alla mercé di tutto.
A subire le conseguenze di una situazione tragica che non vede una luce di speranza sono i più piccoli.
Secondo le ultime stime, sono almeno 14 mila i minori che sarebbero costretti a lavorare. Più di 4 mila, anche se potrebbero essere molti di più, dormono per le strade delle città, soprattutto nella capitale Port au Prince.
Unicef lancia un altro allarme: molti bambini haitiani sarebbero oggetto di rapimenti per adozioni illegali all'estero. Un affaire redditizio per i trafficanti di uomini che il sisma ha soltanto potuto amplificare. Alcuni mesi fa al confine con la Repubblica Dominicana almeno 1.800 minori sono stati fermati dalle autorità e sottoposti a verifiche. Alcuni di loro erano stati sequestrati. Anche l'aeroporto non è immune da certe storie e sono molti i controlli sui bambini che passano da lì.
Nel frattempo, la ricostruzione promessa fatica ad essere avviata, il colera miete decine di vittime, la politica non dà sufficienti garanzie.
Nemmeno la tornata elettorale ha dato garanzie per una futura stabilità politica dell'isola. La notizia delle ultime ore, infatti, è alquanto clamorosa. Secondo quanto si legge dalle pagine del Washington Post "Un team internazionale di monitoraggio consiglia di escludere il candidato appoggiato dal governo di Haiti dal ballottaggio presidenziale in favore di un musicista popolare finito terzo vicino nei risultati ufficiali impugnati, secondo una copia della relazione ottenuta lunedì da The Associated Press. La relazione dal team dell'Organizzazione degli Stati Americani è stata presentato lunedì al presidente Rene Preval". Insomma, l'ennesima conferma che forze possano essere in grado di gestire, sovvertire e decidere le sorti di quello che da sempre è considerato uno dei paesi più poveri e sottosviluppati del pianeta. E che per l'incapacità e la malafede delle grandi potenze mondiali resterà in questa situazione per molto tempo ancora.
Storie di Pace...La vita di GINO STRADA

Dopo un lungo periodo di stop, siamo tornati.
ABBIAMO aggiornato la pagina "Storie di Pace" che dopo aver letto l'avvincente storia di Don Aniello Manganiello, diamo ora a tutti voi la possibilità di poter conoscere un altro grande uomo che fa valere ogni giorno il suo apporto per la Pace e la Non Violenza, curando le vittime di guerra di Iraq, Afghanistan e tutte le altre guerre dimenticate dai media.
Stiamo parlando di GINO STRADA
giovedì 13 gennaio 2011
Cuba, la Corte Suprema commuta anche l'ultima sentenza di morte
La Corte Suprema cubana ha commutato in una sentenza di 30 anni di carcere anche l'ultima condanna a morte ancora pendente nell'isola caraibica. I gruppi dissidenti cubani riferiscono che si tratta di Humberto Eladio Real Suarez, 40enne cubano americano, arrestato nel 1994 insieme ad altri membri del Partito per l'Unità nazionale democratica, considerata da Cuba un'organizzazione terroristica e da allora nel braccio della morte. Accusato di essersi infiltrato nel paese, Real Suarez era stato condannato alla pena capitale per aver agito contro la sicurezza dello stato e per aver ucciso un uomo con lo scopo di rubargli la macchina. Poche settimane fa erano state commutate altre due sentenze di morte che pendevano sulla testa di due salvadoregni accusati di terrorismo. Pur non essendo stata abolita dall'ordinamento giuridico, la pena capitale non viene applicata a Cuba dal 2003 quando sono stati messi a morte tre cubani accusati di aver dirottato una nave per poter fuggire negli Stati Uniti.
Sudan, sangue sulla frontiera
Un passo avanti e uno indietro. Mentre il Sudan entra nel quarto giorno di un referendum decisivo che pure si sta svolgendo pacificamente, il sangue torna a scorrere laddove era più prevedibile: lungo la martoriata e contesa frontiera tra il nord e il sud del Paese.
Negli ultimi sei giorni si sono registrate imboscate e scontri tra gruppi armati che hanno fatto oltre 60 morti: gli episodi si sono verificati nello stato di Unity, regione petrolifera considerata parte del nuovo Sud Sudan indipendente, nel Kordofan meridionale e ad Abiyei, aree invece sulle quali Khartoum e Juba non hanno ancora trovato un accordo e difficilmente riusciranno a intendersi in un futuro prossimo. Tra venerdì e sabato, quando fervevano gli ultimi preparativi per l'inizio delle operazioni di voto, è partito l'attacco dei miliziani agli ordini di Gatluak Gai, un ex comandante ribelle del Sudan People's Liberation Army (Spla), l'esercito indipendentista che adesso costituirà la colonna portante delle forze armate del Sud Sudan. A Juba sospettano che Gai e i suoi siano incoraggiati e finanziati da Khartoum con l'obiettivo di far deragliare il referendum. Secondo quanto riferito dal generale dell'Spla Gier Chuang Aluong, il ministro degli Interni del Sud Sudan, le milizie hanno attaccato una base dell'esercito regolare, uccidendo sei soldati. Nel contrattacco, i militari avrebbero ucciso oltre 30 miliziani, arrestandone 32, ai quali adesso verrà chiesto chi e perché ha deciso l'assalto e le imboscate.
L'area più calda resta quella di Abiyei, la regione a cavallo della frontiera che fino a pochi anni fa produceva da sola il 25 per cento della ricchezza petrolifera del Sudan. Qui si sarebbe dovuto tenere un referendum speciale per decidere se il territorio è parte del nord o del sud del Sudan. La delicatezza della situazione e l'importanza degli interessi in gioco ha spinto le due parti a rimandarlo a data da destinarsi ma le ferite restano aperte. Domenica hanno cominciato a circolare notizie di un attacco a poliziotti sudsudanesi con un bilancio di 20 morti: le voci sono state confermate dal colonnello Philip Aguer, un portavoce dell'esercito del Sud Sudan. Secondo la ricostruzione dell'ufficiale, ad attaccate sarebbero state truppe delle Forze di Difesa Popolare affiancate da milizie Messereya, una popolazione nomade araba che nella seconda guerra civile sudanese si era schierata con Khartoum. Le stesse milizie sono responsabili dell'attacco ad uno dei pulmini organizzati per riportare gli elettori emigrati nel nord a votare nei loro villaggi: il bilancio è di 10 morti e 18 feriti. Negli ultimi giorni si sono registrati una trentina di episodi analoghi: l'ultimo al confine tra Bahr el Gazel e il Kordofan meridionale, una regione contesa come Abiyei e divisa tra una popolazione cristiana, i Ngok Dinka, che vive prevalentemente di agricoltura, e i Messereya, pastori nomadi che si spingono a sud con il proprio gregge nei periodi di siccità: gli scontri, sempre frequenti, tra i due gruppi per il possesso della terra sono diventati politici, con Juba che si rifiuta di riconoscere loro la cittadinanza (e quindi il diritto di voto) e Khartoum che invece vuole farli votare, sapendo che si opporrebbero alla secessione del sud.
Che però ormai è un dato acquisito, anche perché l'affluenza ha superato il 60 per cento, la soglia al di sotto della quale sarebbe stato dichiarato nullo. Nel sud, non ci si chiede più "come va?" ma "hai votato ?", segno che la popolazione sente tutta l'importanza di un momento percepito come storico. Tanto che oltre 120 mila sudanesi originari del sud ma residenti nella cosiddetta "black belt" attorno a Khartoum, nelle ultime settimane sono tornati nelle terre d'origine per votare. Migliaia di persone sono in arrivo anche da Uganda e Kenya, dove pure l'International Organization for Migration delle Nazioni Unite aveva predisposto seggi elettorali per la diaspora, che in parte non si è fidata dell'Onu, temendo che gli osservatori avrebbero potuto essere infiltrati da agenti sudanesi. L'indipendenza del sud è alle porte: i risultati definitivi verranno annunciati il 14 febbraio. Resta la questione della frontiera: una frontiera etnica ma anche religiosa, tra un nord musulmano e un sud cristiano animista, sulla quale passano anche interessi economici: basta dare un'occhiata ad una mappa satellitare per mettere a confronto le terre verdi della parte meridionale, già ricca di petrolio, e il brullo nord per capire perché Khartoum si opponga alla secessione. A sud si festeggia già ma con un po' di amaro in bocca: mancano ancora alcune terre "irredente": Abiyei, il Kordofan meridionale e il Nilo Blu. Non lo faceva notare un pinco pallino qualsiasi ma Mabior de Garang, il figlio dell'eroe della lotta indipendentista del Sud Sudan, John Garang de Mabior, dando voce al sentimento di molti. La questione andrà affrontata e trovare una soluzione non sarà facile. Intanto, nelle terre contese il sangue è già tornato a scorrere.
domenica 19 dicembre 2010
Desaparecidos: per la prima volta, una luce di speranza
La Colombia ha aderito alla Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone scomparse con la forza. Per un paese che conta almeno 50mila vittime di sparizione forzata, è una rivoluzione. La Colombia ha detto sì. Con voto unanime del Parlamento, il paese sudamericano ha aderito alla Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone scomparse con la forza. Lanciata dall'Onu nel 2006, era stata rigettata con forza dal governo di Alvaro Uribe per il machiavellico ruolo che ha sempre mantenuto nel paramilitarismo e nel terrorismo di Stato, fra i principali colpevoli di un crimine ormai usuale in Colombia. Questa decisione, dunque, per un paese martoriato e assuefatto alle desapariciones forzosasas è una sorta di rivoluzione. Non solo: con il sì di Bogotà i paesi Onu ad averla sottoscritta diventano 20 e la Convenzione potrà entrare finalmente in vigore in tutti gli stati membro. "È una conquista formidabile", ha dichiarato Iván Cepdeda, lo storico difensore dei diritti umani, ora parlamentare d'opposizione per il Polo democratico, che ha trainato la campagna per il sì con la sua ormai proverbiale energia. Già passata in Senato nel 2009, ha ricevuto 88 voti favorevoli su 88 alla Camera dei Deputati, e adesso aspetta soltanto di essere ratificata dal neo-presidente Juan Manuel Santos, dopo essere stata passata al vaglio della Corte Costituzionale. Si tratta di un trattato vincolante che definisce la sparizione forzata come una delle più gravi violazioni dei diritti umani e che inchioda ogni Stato che si rifiuterà di dare informazioni su qualsiasi persona fermata o arrestata.
Quattro i punti fondamentali della Convenzione. Lotta all'impunità. Ogni Stato ha l'obbligo da far comparire davanti alla giustizia i responsabili del delitto. Se questo fosse commesso in altre giurisdizioni, scatta l'estradizione. Prevenzione. Tutti i luoghi di detenzioni devono essere ufficiali e i detenuti devono poter comunicare con l'esterno, con i familiari e con l'avvocato. Garanzia dei diritti delle vittime. Innanzitutto la Convenzione stabilisce che le vittime non sono soltanto i desaparecidos, ma anche i loro familiari. Quindi i parenti hanno il diritto di sapere il destino del loro caro e di ricevere un riparazione per il danno subito. Applicazione della legge. Da ora in poi, un Comitato di dieci esperti internazionali vigilerà sull'applicazione della Convenzione, passerà al vaglio la documentazione di ogni Stato e riceverà eventuali denunce di singoli casi.
"Ora le vittime hanno uno strumento che permette loro di reclamare i propri diritti davanti a istituzioni che faranno davvero qualcosa e che non sono pura retorica" ha aggiunto Cepeda, spiegando che per un contadino colombiano poter ricorrere alla protezione internazionale è davvero una grande garanzia. I diritti in Colombia sono stati negli ultimi anni privilegio di pochi, tanto che sono proliferate in tutte le zone più remote del paese Organizzazioni non governative straniere specializzate nell'accompagnare la gente vittima di minacce e soprusi. La sola presenza di un internazionale trasforma vittime inermi in cittadini coscienti e da rispettare. E il nemico è il più delle volte quello Stato che dovrebbe invece proteggerli. "Cinquantamila - incalza il deputato del Polo - sono circa cinquantamila i colombiani scomparsi nel nulla. E si tratta di cifre approssimative. Il mio paese è fra i primi al mondo per numero di desaparecidos forzados. E potrebbe addirittura aver raggiunto se non superato il triste primato dell'Argentina". Ma aggiunge: "Paradossalmente la cosa più grave non sono le cifre, ma il fatto che questo crimine continua ogni giorno anche ora. Non è una tematica che appartiene alla memoria del paese, è un tema di drammatica attualità". Ad aver ratificato l'accordo sono Albania, Argentina, Bolivia, Burkina Faso, Cile, Cuba, Ecuador, Spagna, Francia, Germania, Honduras, Giappone, Kazakistan, Mali, Messico, Nigeria, Paraguay, Senegal, Uruguay. Manca l'Italia. E mancano paesi latinoamericani come il Perù, il Brasile e il Guatemala legati a un tragico passato di sparizioni di massa. "Anche loro dovrebbe firmare", conclude Cepeda.
venerdì 10 dicembre 2010
Nobel per la pace...Liu Xiaobo attende la cerimonia di oggi per ritirare il Nobel, ma il mondo non è daccordo, e tutto questo è inspiegabile...
I siti web di alcuni mezzi di comunicazione internazionali, tra cui le reti televisive Cnn e Bbc, sono inaccessibili da ieri. In un comunicato, la Bbc ha confemrato che "tutti" i suoi siti "non solo quelli d'informazione" sono bloccati in Cina". I siti del Comitato per il Nobel sono irraggiungibili da ottobre per i 420 milioni di internauti cinesi. Numerose automobili della polizia sono parcheggiate davanti ai cancelli dell'Ambasciata della Norvegia a Pechino, che potrebbe essere oggetto di proteste da parte dei nazionalisti cinesi. In occasione della Giornata internazionale per i diritti umani, che si celebra oggi, il segretario di stato americano Hillary Clinton ha reso omaggio in una dichiarazione a Liu Xiaobo e ne ha chiesta l'"immediata liberazione". Il vincitore del Nobel sta scontando una condanna a 11 di prigione per i suoi scritti a favore della democrazia.
OSLO, TUTTO PRONTO,SI CONTANO DISERZIONI - Tutto è pronto a Oslo per la cerimonia di consegna, domani, del premio Nobel per la Pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo, che essendo in una cella dove sconta 11 anni per asserita "sovversione" sarà ovviamente assente. Al suo posto, una sedia vuota, un simbolo "forte" ma anche "molto triste", nelle parole della leader democratica birmana Aung San Suu Kyi, Nobel a sua volta nel 1991. Ma quella del 54enne professore cinese non sarà l'unica assenza: dietro pressioni di vario tipo della Cina, molti paesi hanno deciso di non inviare i propri emissari tra cui - ovviamente - Pechino, ma anche la Russia e l'Iran. Saranno invece presenti gli Usa, che a Oslo hanno mandato l'ex leader della camera dei rappresentanti Nancy Pelosi. Secondo l'ultimo computo del comitato per il Nobel (la cerimonia si terrà a partire dalle 13 ora italiana di domani), nonostante l'invito diserteranno con diverse motivazioni ufficiali Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Cina, Colombia, Cuba, Egitto, Iraq, Iran, Kazakhstan, Marocco, Pakistan, Russia, Serbia, Sri Lanka, Sudan, Tunisia, Venezuela e Vietnam. Secondo gli osservatori, la maggior parte di questi paesi ha importanti legami economici con la Cina, e vuole evitare ritorsioni
COMITATO NOBEL, PREMIO A LIU XIAOBO NON E' CONTRO CINA - Il Nobel per la pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo "non è un gesto contro la Cina": lo ha detto il presidente del comitato che assegna il premio, Thorbjoern Jagland. "Non è un premio contro la Cina", ha assicurato Jagland in conferenza stampa, alla vigilia della cerimonia di consegna domani a Oslo, "E' un premio che onora il popolo cinese". Normalmente è la personalità premiata che tiene la conferenza stampa il giorno antecedente alla premiazione, ma Liu resta in carcere, dove sconta 11 anni di reclusione con l'accusa di "sovversione". Il presidente ha detto che al grande progresso economico cinese deve corrispondere un eguale progresso nelle riforme politiche e nell'apertura della società civile, sui quali è opportuno mantenere alta la pressione. "In larga misura, il futuro del mondo è nelle mani di questo grande paese", ha notato. Liu, 54 anni, verrà rappresentato da una sedia vuota alla cerimonia. Jagland l'ha definita "un simbolo forte che illustra in che misura il premio a questa personalità sia appropriato".
CINA, BLOCCATI SITI WEB MEDIA STRANIERI - I siti web di alcuni mezzi di comunicazione internazionali, tra cui quelli delle reti televisive Bbc e Cnn e dell' agenzia giapponese Kyodo risultano irraggiungibili dalla Cina. Numerosi tentativi di collegarsi ai siti hanno dato come risultato la comparsa dell' avvertimento "il sito è fuori servizio o temporaneamente troppo occupato". Le trasmissioni della Bbc sono state interrotte quando è cominciato un servizio da Oslo, dove domani si terrà la cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace 2010 al dissidente cinese Liu Xiaobo, che sta scontando una condanna ad 11 anni di prigione per i suoi scritti in favore della democrazia.
WALESA, SO CHE SIGNIFICA IO NON POTEI PARTIRE - ''Noi Nobel per la pace dovremmo fare qualcosa, lanciare un'iniziativa sul caso Liu Xiaobo, la Cina ha bisogno di riforme, anche se con la dovuta lentezza''. E' l'opinione di Lech Walesa, padre della rivoluzione polacca e premio Nobel per la pace, in un'intervista a La Repubblica. Come l'attivista cinese, anche Walesa non pote' partire per ritirare il premio. ''Io allora lottavo per la liberta' con ogni metodo non violento - afferma - anche con il Nobel. So cosa vuol dire non poter partire o temere per chi parte a nome tuo. Pensai che il regime avrebbe potuto non farmi tornare, li conoscevo''. Parti' al suo posto la moglie. ''Se avessero impedito il rientro alla madre dei miei figli, sarebbe stato uno scandalo troppo grave'', aggiunge. Walesa racconta che, in occasione di un incontro tra Nobel per la pace in Giappone, insieme a Gorbaciov avrebbe voluto organizzare un gruppo per rappresentare Liu Xiaobo ma sia il leade polacco che quello russo sono stati fermati da una malattia. Nei confronti della Cina, Paese in cui il ''comunismo e' fallito'', Walesa propone di ''presentarsi uniti come europei, poi, insieme agli Usa per sedersi al tavolo con la Cina. Solo cosi' Pechino ci prendera' sul serio e avviera' un dialogo. Sono un amico di quel Paese ma se non cambia, non potra' avere un rapporto con noi''.
venerdì 3 dicembre 2010
Storie di Pace...Don Aniello Manganiello, il prete che ha fatto tremare la Camorra

Don Aniello Manganiello, una storia di Pace tra le strade di Scampia, il quartiere di Napoli, conosciuto alle cronache come il "covo" della Camorra.
La storia di oggi, è raccontata attraverso un'articolo di qualche mese, quando Don Aniello Manganiello, parroco di Scampia, operatore di Pace, è stata mandato via dalla sua parrocchia per timore che la Camorra potesse ucciderlo.
Un vero operatore di Pace, è colui che ha il coraggio d denunciare pacificamente le proprie idee difendendole con coraggio, senza arrendersi mai.
giovedì 2 dicembre 2010
Myanmar, Aung San Suu Kyi riabbraccia il figlio dopo dieci anni
Kim Aris riabbraccia finalmente la madre Aung San Suu Kyi dopo dieci anni. L'incontro è avvenuto all'aeroporto di Yangon, dove il figlio è atterrato in arrivo da Bangkok.
Il trentatreenne, figlio minore della leader democratica della Birmania, attendeva in Thailandia il visto per poter entrare nel Paese, dopo esserselo visto negare per anni. La leader democratica si trovava agli arresti domiciliari da quando aveva vinto le elezioni nel 1990, senza poter usare telefono e internet e con limitati contatti con l'esterno. Kim Aris risiedeva in Inghilterra.
Colombia, stop alle mutilazioni genitali femminili tra gli indigeni
Definitivamente abolite le mutilazioni genitali femminili tra gli Embera, terzo gruppo di indios della Colombia, con una popolazione stimata intorno alle 71mila persone, secondo dati Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati.
La pratica, attuata da secoli sulle bambine della comunità nomade, era criticata dal governo di Bogotà e dalle organizzazioni internazionali.
Due anni fa la comunità aveva sospeso provvisoriamente le mutilazioni, e oggi ha annunciato ufficialmente che saranno definitivamente abolite.
Una decisione, secondo la stampa locale, presa dopo aver visto il film Fiore del deserto, tratto dall'omonimo best seller di Waris Dirie, che racconta il dramma di 150 milioni di donne nel mondo come consequenza di questa pratica.
3 DICEMBRE 2010. GIORNATA INTERNAZIOLE DELLE PERSONE DISABILI.

3 DICEMBRE 2010. GIORNATA INTERNAZIOLE DELLE PERSONE DISABILI.
Dobbiamo dire basta ad ogni forma di discriminazione sociale che privano i disabili dei propri diritti. Non dobbiamo più sostenere la disuguaglianza, ma rafforza l'uguaglianza.
Ogni persona disabile è una RISORSA da amare.
2 DICEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE PER L'ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITU'.

2 DICEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE PER L'ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITU'.
Nel mondo a nostra insaputa ci sono ancora per persone, anzi uomini che lavorano e vivono in condizioni di schiavitù. Non dobbiamo restare indifferenti ma fare in modo che nel mondo non ci sia più schiavitù, ma solo dignità e libertà.
1 DICEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE PER LA LOTTA ALL'AIDS.

1 DICEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE PER LA LOTTA ALL'AIDS.
Nel mondo miolioni di persone sono affette da AIDS e muoiono perchè non hanno la possibilità di curarsi o perchè i politici del mondo non danno la possibilità a queste persone di curarsi. Sono anni che muoino persone innocenti che hanno aspettato un vaccino che non è mai arrivato.
Diciamo basta all'AIDS, doniamo a tutti la VITA.
30 NOVEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE CONTRO LA PENA DI MORTE.

30 NOVEMBRE 2010. GIORNATA MONDIALE CONTRO LA PENA DI MORTE.
La pena di morte è un crimine che ogni giorno nel mondo viene compiuto come atto brutale contro la dignità umana. Aboliamo la Pena di Morte, Doniamo la vita.
Giornate Mondiali della Solidarietà...Ecco quello che sosteniamo nel mese di dicembre
venerdì 26 novembre 2010
Storie di pace...Aung San Suu Kyi
